In un mondo che corre veloce, dove costantemente veniamo bombardati da una miriade di informazioni, notifiche e input, una notizia per arrivare a noi deve attrarre la nostra attenzione. Oggi questa attenzione viene sollecitata attraverso slogan, toni alti, frasi veloci, testi brevi e parole d’ordine.
Siamo entrati in un circolo vizioso che ormai riguarda tutti, persino coloro che, per ruolo, dovrebbero spiegare, in modo semplice, le ragioni e le motivazioni alla base di scelte complesse. Donne e uomini che sembrano aver sventolato bandiera bianca di fronte a un pubblico distratto. Ed’ è così, ad esempio, che il Presidente degli Stati Uniti oggi interloquisce con un linguaggio da “X”, poco più dei vecchi sms di analogica memoria.
Una ricerca disperata di attenzione che il più delle volte però si trasforma in superficialità.
Crediamo non ci sia tempo per analizzare e contestualizzare una notizia, per raffrontarla con quanto accaduto prima, per fare e farsi quella domanda in più che per decenni ha rappresentato la linea di demarcazione tra il “giornalista” e il “ragazzo di redazione”.
Quando, nel 2015, ho fatto il mio ingresso nel mondo del giornalismo professionista, l’ho fatto nel modo più anacronistico possibile, attraverso la carta stampata. Il solo pensiero di poter intercettare una notizia nel corso della giornata e avere non minuti ma addirittura ore per assaporarla, comprenderla, approfondirla e poi riportarla al lettore, rappresentava secondo me il modo più nobile di svolgere questo mestiere. Un mestiere, non una professione. Una missione, più che un lavoro.
Il mondo ha continuato a correre veloce; oggi la condizione della stampa nazionale non è salubre eppure qualcosa sta cambiando. Una reazione, ancora non troppo ben intercettata, si sta facendo largo soprattutto tra i più giovani.
In Italia si acquistano ancora oltre 100 milioni di libri cartacei all’anno e il mercato vale circa 1,5 miliardi di euro
livelli superiori a quelli precedenti alla pandemia, pur con un rallentamento registrato nel biennio 2024-2025. Alcuni quotidiani nazionali hanno finalmente capito che internet non rappresenta un boia digitale ma un’evoluzione da cavalcare, un alleato con il quale moltiplicare le entrate (big tech permettendo) per poter dedicare la carta stampata (o il suo formato digitale) all’approfondimento.
Una persona cui sono molto legato sostiene che io sia, in fondo, un irriducibile ottimista e ho deciso di darle ragione. In queste tendenze intravedo, con mal celato ottimismo, non un ritorno al passato, ma il passaggio verso un nuovo futuro, anche per l’informazione che troverà il modo e il tempo di tornare non solo a fare il pelo alle notizie, ma anche il contropelo. Un’azione semplice ma allo stesso tempo molto delicata ed essenziale per una rasatura perfetta.
Contropelo, vuole essere questo: uno spazio che vada oltre le regole dell’informazione online. Nessuna ultim’ora, nessun urlo, nessuno slogan. Solo analisi, riflessione, contestualizzazione, il più possibile ficcante e crudo, con un’attenzione spasmodica all’analisi dei fatti.
Uno spazio di critica con il romantico obiettivo di smuovere le coscienze o quantomeno di far porre delle domande che altrimenti rimarrebbero sommerse dall’attuale coltre di influencer, divulgatori social, falò di confronto e luci da grande show.
Un caffè politico di ottocentesca memoria, una rubrica vecchio stampo, scritta da un “ragazzo non più giovanissimo (Copyright di Silvio Berlusconi), ospite di un neonato quotidiano online, gestito da giovanissimi per loro natura intraprendenti e propendenti al futuro.
Un azzardo, forse. Uno stimolo, sicuramente.
A chi vorrà, buona lettura
