La cacciata di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report sta da giorni alzando un polverone mediatico, soprattutto sui social. Da una parte l’ex conduttore e i suoi fedelissimi, dall’altra i vertici Rai. Nel mezzo, sempre più dimenticato, deturpato e svilito, il giornalismo.
Quello che dovrebbe essere il vero protagonista della vicenda appare infatti sempre più relegato al ruolo di comparsa. Lasciato sullo sfondo, quasi in disparte, mentre il dibattito si trasforma nell’ennesima guerra tra tifoserie.
E invece è proprio di giornalismo che si dovrebbe parlare.
Il vero caso Report non è penale, ma giornalistico
La questione, infatti, non è stabilire se Sigfrido Ranucci sia colpevole di qualcosa. Non è indagato e, anzi, nell’inchiesta sull’attentato subito risulta vittima ed estraneo ai progetti attribuiti a Valter Lavitola. Sotto il profilo penale, dunque, non c’è oggi alcun elemento che possa giustificare un suo allontanamento.
Il tema è un altro, più sottile e inevitabilmente più complesso: è opportuno che un giornalista come Ranucci – che può piacere o meno, questo conta poco – continui a essere il volto, il conduttore e la guida di una redazione che fa quasi esclusivamente giornalismo d’inchiesta?
Il punto nasce dal suo rapporto con Valter Lavitola.
Ranucci e Lavitola: dove finisce la fonte e comincia l’amico?
Chiunque abbia fatto giornalismo d’inchiesta, anche per poco, anche soltanto a livello locale, sa benissimo che i rapporti borderline sono spesso il pane quotidiano. È nelle zone grigie che si intercettano possibili notizie, che si raccolgono dati, parole, suggestioni e confidenze che alla luce del sole difficilmente emergerebbero. E quelle zone grigie rappresentano l’habitat naturale di personaggi come Lavitola.
Con loro può essere necessario parlare, incontrarsi, costruire un rapporto di fiducia. Talvolta persino proteggerli come fonti.
Una cosa, però, è avere una fonte. Altra cosa è trasformare quella fonte in un amico, in un confidente, in una persona verso la quale si dichiara pubblicamente un rapporto di affetto.
Ed è esattamente quello che Ranucci ha fatto.
Il 7 luglio, parlando al Corriere della Sera di Lavitola, ha usato parole che lasciano poco spazio alle interpretazioni: «Valter è un amico vero, fra di noi c’è un grande affetto».
Ed è qui che il problema cambia natura.
«Andrei a cena con Totò Riina»: il punto non è incontrarlo, ma esserne amico
Perché nessun giornalista d’inchiesta serio dovrebbe scandalizzarsi davanti alla frase pronunciata qualche settimana dopo dallo stesso Ranucci: «Se potessi andare a cena con Totò Riina, io ci andrei».
Anzi. Per un giornalista d’inchiesta sedersi al tavolo con Totò Riina sarebbe stata un’opportunità professionale straordinaria.
Ma, fatte tutte le debite e necessarie proporzioni, altra cosa sarebbe dichiararsi suo amico.
È questa la linea sottile sulla quale vale la pena interrogarsi.
Lavitola è oggi in carcere con l’accusa di essere stato il mandante dell’attentato dinamitardo contro la casa di Ranucci. Davanti al Gip ha ammesso di aver commissionato l’azione, sostenendo però di averlo fatto “per il bene” del giornalista, con l’intenzione di aumentarne la protezione e la popolarità. Il Gip ha chiarito che non esiste alcun elemento per ritenere Ranucci coinvolto o consapevole del progetto.
Ed è bene ribadirlo.
Ma proprio perché il piano penale non riguarda Ranucci, resta aperto quello professionale.
Può chi dirige la più importante trasmissione d’inchiesta della televisione pubblica intrattenere un rapporto di amicizia così stretto con un personaggio di quel tipo senza che si ponga almeno una questione di opportunità?
Non di colpevolezza. Non di responsabilità penale.
Di opportunità.
La scelta della Rai e una questione di opportunità
Ed è probabilmente questo il terreno sul quale si è mossa la Rai quando ha deciso di cambiare la conduzione di Report, parlando di nuova fase editoriale, indipendenza e imparzialità. Una scelta che può essere contestata, naturalmente, ma che non può essere liquidata automaticamente come un editto contro la libertà di stampa.
Eppure di tutto questo si è parlato relativamente poco.
A raccontare meglio di qualsiasi editoriale la trasformazione di questa vicenda è stato, paradossalmente, proprio Ranucci.
Dopo la scelta della Rai di affidare Report a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, l’ex conduttore ha parlato di una decisione «mediocre». Nelle ultime ore ha precisato di non considerare mediocri i due giornalisti, ma mediocre la scelta di metterli alla guida della trasmissione.
Una precisazione importante.
Poi, però, è entrato nel dettaglio.
Rivolgendosi a Piervincenzi, ha ricordato che un suo servizio destinato a Report non sarebbe mai andato in onda senza il suo intervento e che la sua precedente esperienza alla conduzione di Popolo Sovrano, nella primavera del 2019, avrebbe registrato ascolti tra il 2,4 e il 3,8 per cento.
Il canto del cigno di Ranucci: quando il giornalismo si misura con lo share
Eccolo qui, forse, il vero canto del cigno di Ranucci.
Non tanto quello del giornalista che contesta una scelta aziendale – cosa assolutamente legittima – ma quello del personaggio televisivo che, mentre il sipario sembra calare, prova con tutte le forze a tenerlo aperto.
Perché quando un giornalista giudica un altro giornalista utilizzando come metro lo share, qualcosa non torna.
L’articolo 2 della legge 3 febbraio 1963, n. 69, quella che disciplina il nostro mestiere, non parla di Auditel.
Dice:
«È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede».
Parla di libertà. Di critica. Di verità sostanziale dei fatti. Di lealtà e buona fede.
Non di share.
Da Report alle polemiche: quando l’inchiesta passa in secondo piano
E allora viene spontaneo chiedersi se proprio questa confusione tra giornalismo e successo televisivo non aiuti a spiegare anche una parte della parabola recente di Report.
Forse è per questo che, negli ultimi anni, più che alcune inchieste sono rimaste impresse le polemiche generate dalle inchieste.
Forse è per questo che si sono spese energie nel raccontare come sintomo di presunti rigurgiti fascisti anche episodi che avrebbero meritato maggiore contestualizzazione. Come i ragazzi di Gioventù Nazionale ripresi mentre intonavano Avanti ragazzi di Buda: una canzone scritta da Pier Francesco Pingitore nell’ottobre del 1966, dieci anni dopo la rivoluzione ungherese del 1956, proprio per ricordare quella rivolta soffocata dai carri armati sovietici. Insomma qualcosa di ben diverso e ben lontano da Mussolini e dal Fascismo
Giulia Innocenzi e il confine tra giornalismo e militanza
E forse non è casuale che tra i volti che hanno trovato spazio nella stagione ranucciana di Report ci sia stata Giulia Innocenzi.
Innocenzi è una giornalista con un curriculum importante, ma anche con un passato di impegno politico e militante tutt’altro che nascosto. Durante l’università ha lavorato per l’Associazione Luca Coscioni e per i Radicali; nel 2008 si candidò alle primarie per la segreteria dei Giovani Democratici; è stata membro della giunta dei Radicali Italiani e responsabile italiana di Avaaz, portando avanti campagne su libertà d’informazione, rete e corruzione.
Nulla di illegittimo, naturalmente. E neppure qualcosa che, da solo, possa mettere in discussione la qualità del suo lavoro.
Ma il tema torna sempre lì: quale deve essere il confine tra giornalismo e militanza? Tra inchiesta e battaglia? Tra raccontare una realtà e volerla cambiare?
Sono domande. Ed è proprio il giornalismo, quello vero, che dovrebbe avere il coraggio di farsele anche quando riguardano se stesso.
Ranucci via da Report: non è automaticamente un attacco alla libertà di stampa
Se Ranucci abbia o meno ancora le caratteristiche per guidare Report non spetta a noi stabilirlo. E probabilmente saranno il tempo, le verifiche interne alla Rai e soprattutto ciò che emergerà definitivamente dalle indagini a consentire valutazioni più complete.
Di sicuro, però, la scelta editoriale di sostituirlo non può essere considerata di per sé uno scandalo.
Lo scandalo, semmai, è vedere il giornalismo trasformarsi in una gara a chi ha più pubblico, più follower, più applausi, più share. Vedere una redazione diventare una curva e un conduttore trasformarsi nel simbolo stesso della trasmissione che dovrebbe semplicemente guidare.
Per questo, forse, la frase più significativa di questi giorni l’ha pronunciata proprio Ranucci. Solo che probabilmente non nel modo in cui pensava.
Perché se il valore di un giornalista si misura con il 2,4 o con il 3,8 per cento, allora sì: il giornalismo ha già perso.
Presutti e Piervincenzi: ora Report torni a mettere davanti le notizie
Adesso toccherà a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi.
Due giornalisti che sul campo hanno lavorato molto e sotto i riflettori, almeno fino a oggi, decisamente meno. Due professionisti che non hanno avuto bisogno di trasformare il proprio nome nel titolo della notizia.
La speranza è che riescano a fare una cosa molto semplice e, proprio per questo, sempre più rara: mettere davanti l’inchiesta e dietro chi la firma.
Davanti la notizia.
Dietro il giornalista.
Come dovrebbe essere.
