
-Rubén, che legame hai con la città Latina?
Oltre che alla squadra, sin dai tempi della B, sono rimasto legato alla città e per questo ho deciso di stabilirmi qui con tutta la famiglia.
-C’è un momento in particolare che ti ricordi nei tuoi anni a Latina?
Il ricordo più bello che ho della mia esperienza a Latina è la salvezza all’ultima giornata contro il Pescara: giocavamo contro una squadra che poi è salita in serie A, ricordo benissimo tutto l’entusiasmo che si creò attorno a quella partita.
-Come vedi il Latina in questa stagione? Volevamo chiederti se lo stessi seguendo e come vedi gli uomini di Di Donato in questo Campionato di C. C’è qualche giocatore che ti ha impressionato?
Seguo sempre il Latina, è la squadra che tifo.
Quest’anno sono partiti molto bene, un po’ di infortuni e qualche avversità hanno complicato le ultime partite.
Mi piace già dalla scorsa stagione Tessiore: ha una qualità sopra la media e una visione di gioco molto importante.
-Per quanto riguarda la serie A? C’è una squadra che ti piace guardare?
In serie A sto guardando molto il Napoli: è una squadra concreta, che palleggia per farti male, dinamica, intensa e che va forte e può puntare in alto.
-Quando si gioca ad alti livelli le -pressioni sono tante, come si fa a gestirle per dare il meglio in campo?
Ad alti livelli per un giocatore è fondamentale la situazione che ha attorno; è importante che sia circondato dalla famiglia, ci vuole poco a perdersi e averla vicino può essere di grande aiuto.
-Sei nato a Montevideo, in Uruguay. Ci spieghi un po’ quel concetto della garra di cui si sente tanto parlare che contraddistingue voi uruguagi?
“Garra” significa non mollare mai. È una delle caratteristiche di noi uruguaiani, non molliamo mai e non lasciamo mai a piedi la squadra in qualunque situazione, per questo siamo molto richiesti.
-Tra poco ci saranno i mondiali, come vedi il tuo Uruguay?
Non so dove arriverà l’Uruguay, ma sono sicuro farà un buon mondiale.
Nel 2010 è arrivato quarto con una squadra inferiore a questa, sognare non costa nulla.
-Qual è il più bel ricordo che ti viene in mente pensando al calcio e cosa ti manca di più del calcio giocato?
Tra i ricordi più belli che ho metto sicuramente l’esordio in nazionale a 18 anni. In Italia ricordo con piacere l’esordio con la Juventus: era una partita di Champions e mi sono ritrovato a giocare con calciatori che fino a poco tempo prima guardavo in televisione.
-Hai giocato con grandi campioni, c’è qualcuno che ti ha aiutato particolarmente?
Nedved è stato uno specchio, non ho mai visto un giocatore allenarsi con quella professionalità, è stato capace di unire la tecnica con la forza e la corsa, ha rappresentato perfettamente la figura di un professionista e mi ha insegnato ad esserlo!
-Ad alti livelli è necessario migliorarsi giorno dopo giorno, te come facevi?
Andare ad allenarmi era una delle gioie più grandi, rimanere dopo allenamento stando con i veterani e imparare da loro. Guardavo le cassette delle mie partite per capire dove sbagliavo e dove migliorare.
-C’è qualche consiglio che daresti ai giovani ragazzi che stanno muovendo i primi passi nel calcio che conta?
In Italia ci sono molti talenti promettenti, ma devono avere la mentalità dei connazionali che hanno fatto la storia del calcio 20 anni fa.
Ai giovani consiglio di migliorarsi giorno dopo giorno sia dal punto di vista mentale che fisico.
-Hai cominciato ad allenare, come ti sei trovato sotto questo ruolo?
Voglio continuare ad allenare, mi sono trovato molto bene sotto questo ruolo. Sto continuando, a febbraio andrò a fare il UEFA A, voglio continuare su questa strada, intraprendendo questa carriera.
-Cosa si prova a stare dall’altra parte dello spogliatoio?
Stare dall’altra parte dello spogliatoio è molto bello, ma anche diverso, è difficile da gestire perché ho ancora l’impulso da calciatore, devi capire molte nuove dinamiche.
-Dove ti vedi tra qualche anno?
Non so dove mi vedo tra qualche anno, di sicuro voglio continuare ad allenare. Un giorno sogno di sedermi sulla panchina del Latina, ma per ora punto a fare esperienza.
Intervista a cura di Francesco Capponi e Francesco Marigliani
