Nei giorni scorsi i maggiori quotidiani nazionali riportano in prima pagina la notizia delle dimissioni dei componenti di minoranza, espressione dell’opposizione, della commissione parlamentare di Vigilanza Rai. A queste dimissioni sono seguite, per necessità procedurale, anche quelle dei membri espressione della maggioranza di centrodestra.
Il motivo di questo abbandono della nave? La Rai si è trasformata in “TeleMeloni”, è ormai occupata e quindi l’unica possibilità, non essendo più fattibile restare e resistere, è quella di arrendersi e sventolare bandiera bianca.
Questo è sicuramente il pelo della notizia. Contropelo però nasce con l’idea di essere uno spazio che vada oltre le regole dell’informazione online.
Nessuna ultim’ora, nessun urlo, nessuno slogan. Solo analisi, riflessione, contestualizzazione, il più possibile ficcanti e crude, con un’attenzione spasmodica ai fatti.
E allora cerchiamo di fare chiarezza.
Innanzitutto, che cos’è la commissione parlamentare di Vigilanza Rai?
Secondo il sito Parlamento.it “La Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi è una commissione bicamerale composta da deputati e senatori. Non gestisce la Rai, ma esercita un controllo politico-istituzionale sul servizio pubblico”.
Da chi è composta la commissione?
La Commissione è composta da 40 parlamentari: 20 deputati e 20 senatori. Questi vengono scelti dai gruppi parlamentari, e nominati ufficialmente dai presidenti di Camera e Senato. Va da sé che, a seconda del peso specifico in ognuna delle Camere, ogni gruppo possa designare uno o più componenti.
I compiti della commissione di vigilanza sono di grande rilievo. Ad esempio, è proprio la commissione che elegge, a maggioranza dei due terzi, il presidente del consiglio di amministrazione della Rai.
Si tratta di un organo politico, formato da politici, che esercita un potere significativo sulla televisione pubblica.
Ma quando è entrato in vigore tale sistema?
Dalla reazione indispettita e indignata degli esponenti della sinistra italiana, potremmo essere indotti a pensare di trovarci di fronte a una riforma della destra di governo “sporca, cattiva e con evidenti rigurgiti duceschi”.
Risposta sbagliata. La Commissione di Vigilanza Rai, così come la conosciamo oggi, nasce con la riforma della Radio Televisione Italiana del 1975. In quell’anno, al governo c’era Aldo Moro (Democrazia Cristiana) sostenuto dal Partito Repubblicano Italiano e con l’appoggio esterno del PSI e PDSI.
Pochi anni dopo il giornalista Alberto Ronchey coniò il termine “lottizzazione” per descrivere le influenze di potere che orientavano i palinsesti delle tre reti Rai: Rai1 alla Democrazia Cristiana, Rai 2 al Partito Socialista Italiano, Rai3 al Partito Comunista Italiano.
Nel 2026 la Rai è gestita esattamente allo stesso modo. A cambiare sono stati gli equilibri.
Le stragi del 1992, lo scandalo di “Mani Pulite”, la mossa imprenditoriale (vincente e spregiudicata) di Silvio Berlusconi e delle sue reti private, una sinistra sempre meno presente nelle fabbriche e sempre più in sintonia con i banchieri, un’eco sempre più lontana del ventennio fascista, hanno decisamente spostato gli equilibri. Prima verso il centro, poi, negli ultimi anni, verso destra.
Nel 2022 è successo ancora altro: il centro destra è diventato un po’ meno di centro (con il ridimensionamento di Forza Italia) e un po’ più di destra (con la crescita di Fratelli d’Italia, erede molto più atlantista, europeista e moderata del MSI di almirantiana memoria)
“A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”, recita un vecchio proverbio.
Chissà se il sommo poeta Dante, di fronte a questa levata di scudi, avrebbe avuto la suggestione di collocare gli attuali esponenti della sinistra nell’ottava cerchia dell’Inferno (Malebolge), quella destinata agli ipocriti.
Chissà se la splendida cappa dorata indossata dalla sinistra, paladina della libertà di espressione, nasconda in realtà una pesante struttura di piombo, in rappresentanza di quel bigottismo che confonde la libertà con la sete di potere.
Sullo sfondo della faida resta una romantica utopia. Una televisione pubblica moderna, efficiente, imparziale, dove a governare siano primariamente le logiche giornalistiche e non le tessere di partito.
