Nelle ultime settimane due vicende hanno animato il dibattito politico. La condanna definitiva del gioielliere Mario Roggero e la morte di Abderrahim Fakir.
Due casi molto diversi tra loro, che sicuramente avrebbero dovuto indurre delle riflessioni ma che hanno soltanto gettato in pasto all’opinione pubblica due nuovi martiri di cui non sentivamo assolutamente il bisogno.
IL FERMO DI ABDERRAHIM FAKIR
Iniziamo dal caso più recente, quello di Fakir. L’indagine è ancora in corso per cui non esiste una verità processuale eppure la “piazza” si è già divisa. Da una parte c’è la sinistra che non ha chiesto semplicemente di fare luce sull’accaduto (sacrosanto) ma ha più volte sostenuto che “In Italia non si può morire per un fermo di Polizia” come affermato dalla senatrice Ilaria Cucchi di Avs. Dall’altra c’è la destra che si è schierata a prescindere con le forze dell’ordine.
Una solidarietà che certamente andava manifestata all’indomani dei vergognosi atti vandalici perpetrati da esponenti anarchici e dei centri sociali a Bologna ma che forse andava calibrata meglio nelle ore immediatamente successive agli avvenimenti.
Perché non è detto (ma non è escluso) che in questa vicenda ci siano una vittima e di conseguenza dei carnefici. Allo stesso tempo la senatrice Cucchi avrebbe fatto meglio a usare il condizionale: “non si dovrebbe morire per un fermo di polizia”.
Questo perché un fermo di polizia non è sempre lineare come descritto nei codici di condotta. Non è semplice ammanettare una persona che dà in escandescenza, non è semplice valutare se quella persona soffre di malattie cardiovascolari o respiratorie. Non è nemmeno semplice capire nell’immediatezza se un’improvvisa cessazione della resistenza sia dovuta a un malore o sia semplicemente una manifestazione di resa.
COME È REGOLATO IL FERMO DI POLIZIA IN ITALIA
Certo in Italia, e per fortuna, l’azione di contenimento delle forze dell’ordine è ben disciplinata e quindi con un’indagine si riesce a capire se gli agenti abbiano agito correttamente.
La sequenza operativa corretta, per quanto emerge dalle linee pubblicamente disponibili, dovrebbe essere questa:
- Valutazione e de-escalation. Parlare con la persona, mantenere distanza e sicurezza, usare indicazioni semplici e cercare di ridurre l’agitazione. Quando emergono alterazione mentale, intossicazione o problemi sanitari va attivato e coinvolto il 118
- Forza come ultima soluzione. Il contenimento deve essere necessario, graduale e proporzionato. Va utilizzata la modalità meno pericolosa concretamente disponibile.
- Posizione prona solo per il minimo indispensabile. Se la persona viene portata con il ventre a terra per consentire l’ammanettamento, la posizione non deve essere prolungata. La compressione del torace deve essere evitata e, appena ottenuto il controllo, la persona dovrebbe essere ruotata sul fianco, messa supina o fatta sedere.
- Controllo continuo di respirazione e coscienza. Non basta osservare che la persona non si agiti più. Un’improvvisa cessazione della resistenza può indicare perdita di coscienza. Frasi come “non respiro”, il rilassamento del corpo, l’assenza di risposte o un cambiamento del colorito devono essere trattati come un’emergenza.
- Immediata assistenza sanitaria. In caso di perdita di coscienza bisogna interrompere o alleggerire il contenimento quanto necessario per consentire la valutazione medica e le manovre di rianimazione.
Chi indossa una divisa deve essere formato per operare correttamente, avendo ben chiaro quali siano il suo ruolo e i suoi limiti. La cronaca ci insegna che non sempre è andata come sarebbe dovuta andare. Pensiamo al caso Magherini. Ma prima di soffiare sul fuoco della rabbia sociale, bisognerebbe attendere un quadro più chiaro.
IL RUOLO DEL DISAGIO SOCIALE
Anche perché, soprattutto sul fronte del disagio sociale, non c’è forza politica che possa dichiararsi esente da colpa. Non lo è sicuramente la sinistra, rea di aver avallato un sistema di accoglienza che, il caso Karibù (gestito dalla moglie del deputato Pd Aboubakar Soumahoro) insegna, ha arricchito pochi e lasciato ai margini tanti. Margini che ben sono rappresentati da quel quartiere popolare di Bologna dove è avvenuta la morte di Fakir. Una morte per la quale bisogna valutare eventuali responsabilità ma che non è detto che richieda giustizia, che comunque non significa vendetta.
Bisognerebbe piuttosto indagare quanto non abbia funzionato prima di questo tragico epilogo. Sembra infatti che l’uomo, da anni in Italia e addirittura titolare di una piccola impresa di facchinaggio, da settimane manifestasse disagio psicologico e si fosse anche recato alla Asl. Perché quindi è stato fermato in stato confusionale, dopo aver messo in allarme decine di persone come dimostrano le chiamate al 112 riportate da più organi di stampa? Perché nessuno è intervenuto prima?
IL CASO MARIO ROGGERO
Legata alla vendetta sembra invece la vicenda di Mario Roggero. Anche in questa occasione la politica ha dato il meglio di sé, con diversi esponenti di destra pronti ad alimentare l’indignazione popolare.
Perchè è vero che Roggero ha ucciso due rapinatori; è vero che questo omicidio è avvenuto subito dopo momenti di terrore, con moglie e figlia del gioielliere malmenate da delinquenti senza scrupoli e armati. E’ anche vero, tuttavia, che Roggero non ha sparato nel proprio negozio. Roggero ha rincorso i ladri in fuga, ha sparato diversi colpi di pistola su una via pubblica, dove sarebbe potuto passare ognuno di noi e ha scaricato un intero caricatore su tre persone.
In molti si sono scandalizzati per il peso della condanna, senza contare che sugli anni di pena ha tuttavia influito anche il possesso di arma da fuoco, che Roggero non poteva portare con sé visto che gli era stato revocato il porto d’armi.
Siamo di fronte a uno di quei casi in cui rispondere di pancia non è mai prodromico a una riflessione intelligente. Perché di pancia è giustificato indignarsi per un uomo messo in carcere per aver ucciso dei delinquenti che avevano appena picchiato lui e i suoi familiari. Chi decide di delinquere, di rovinare la vita altrui per un proprio arricchimento, chi decide di mettersi dalla parte del crimine ed essere a tutti gli effetti un parassita per la nostra società non merita indulgenza e nemmeno compassione.
LA LEGITTIMA DIFESA
Ma l’istituto della legittima difesa non vale solo per i rapinatori. Vale per tutti noi. Punire qualcuno che spara all’impazzata per la strada, mosso anche da motivi idealmente giustificabili, non mira a difendere solo la vita dei ladri ma quella di tutti coloro che dovessero trovarsi a passare, per caso, in quella strada.
Si può discutere di come modificare la legittima difesa, certo. Si può discutere di eventuali attenuanti per chi uccide chi commette un reato. Ma è davvero complicato, osservando il contesto generale, pensare che la legittima difesa equivalga a un accanimento.
PERCHE’ RISARCIRE CHI COMMETTE UN REATO?
Diverso è il dibattito che si è acceso attorno al risarcimento del danno.
Oggi, secondo la normativa attualmente vigente, il risarcimento si basa sul danno parentale. Ma questo non significa affatto che la condotta criminale del morto sia irrilevante.
L’art. 1227 c.c. consente infatti di diminuire il risarcimento quando il comportamento dello stesso danneggiato ha contribuito causalmente a provocare il danno.
E c’è un precedente recentissimo e molto interessante. Con la sentenza Cassazione civile n. 2847 del 5 febbraio 2025, un uomo era stato mortalmente ferito da un poliziotto; la Cassazione ha confermato che la sua condotta minacciosa aveva concorso causalmente all’evento e ha ritenuto corretta una riduzione del risarcimento del 50%
QUANTO VALE UNA VITA UMANA?
E’ questa la domanda che sottende al risarcimento del danno. Dare una risposta, anche in questo caso è molto difficile. Di certo in Italia esistono delle storture visto che un lavoratore che muore sul posto di lavoro riceve molto meno di un rapinatore ucciso mentre commetteva un reato. Questo dovrebbe indignare davvero, la politica in primis. E dovrebbe far vergognare in tanti, i datori di lavoro soprattutto.
