Una casa a prezzo accessibile serve. Il dubbio è perché debba trovarsi sempre negli stessi posti.
Per capire la contraddizione del Piano casa bisogna partire da un nome che alla maggior parte degli italiani probabilmente dice poco: ADD Capital. È la piattaforma di investimento fondata da Mario Abbadessa, ex responsabile di Hines Italia, che raccoglie e gestisce capitali destinati a operazioni immobiliari.
Uno dei suoi fondi si chiama ADD Italy Living: ha raccolto 1,1 miliardi di euro e dichiara l’obiettivo di contribuire alla realizzazione di 10.000 alloggi in tre anni, per studenti e lavoratori. Il programma riconosciuto dal Governo come di interesse strategico nazionale indica Roma, Milano, Napoli e Genova. Non è stata resa pubblica una ripartizione degli alloggi per città e ADD guarda anche ad altri territori produttivi.
Non si tratta di case popolari assegnate secondo le relative graduatorie. Il programma appartiene alla componente del Piano casa che affianca edilizia convenzionata e residenziale libera, ottenendo procedure speciali e semplificazioni in cambio di vincoli sull’offerta a prezzi calmierati.
E soprattutto, dietro la parola “privati”, ci sono anche soggetti pubblici o a controllo pubblico. Secondo l’inchiesta di Milena Gabanelli e Mario Gerevini, Cassa Depositi e Prestiti ha deliberato 425 milioni nell’operazione complessiva, di cui 200 destinati al fondo italiano del Piano casa e 225 ad ADD Value. Il Credito Sportivo partecipa con 40 milioni. C’è poi Mubadala, fondo sovrano di Abu Dhabi. Per Poste Vita la stampa riporta un investimento da 600 milioni, che Poste non ha confermato né smentito al Corriere. Le cifre riguardano più fondi e non possono essere attribuite tutte agli alloggi calmierati.
Sono investimenti che cercano un rendimento, non automaticamente contributi a fondo perduto. Ma la presenza di capitali riconducibili alla sfera pubblica rende inevitabile una domanda: quale idea di Italia stiamo finanziando?
Piano casa: aiutare le famiglie è necessario
Il bisogno esiste. Chi lavora deve poter pagare un affitto senza consegnargli metà della propria esistenza. Chi vuole comprare casa deve poter affrontare un mutuo. Chi desidera un figlio deve avere almeno uno spazio in cui crescerlo.
L’edilizia popolare e quella a prezzi agevolati hanno quindi una funzione essenziale. Nessuno dovrebbe essere espulso dalla città in cui vive perché il suo stipendio non tiene il passo delle rendite immobiliari.
Ma una politica nazionale dovrebbe porsi anche il problema successivo: perché tante persone devono cercare casa proprio nelle città più costose?
La risposta passa dalla concentrazione di lavoro, università e servizi. Se le opportunità restano lì, le persone continueranno a inseguirle. E lo Stato dovrà intervenire per rendere sostenibile una scelta che, per molti, libera non è.
Grandi città e costo della vita: lo stipendio non basta
Roma, Milano, Napoli e Genova hanno condizioni differenti. Definirle tutte semplicemente “sovrappopolate” sarebbe una scorciatoia: una città può perdere residenti e avere comunque case inaccessibili a chi deve abitarci per studiare o lavorare.
Il problema è quanto costa vivere vicino alle opportunità.
Affitto, trasporti, parcheggi, servizi privati acquistati per compensare quelli pubblici. E poi il tempo perso negli spostamenti, che non compare nell’estratto conto ma si paga ogni giorno.
Anche uno stipendio da 2.500 o 3.000 euro può lasciare poco margine quando deve sostenere una famiglia e un canone elevato. La busta paga racconta quanto entra. La città decide quanto resta.
Diecimila alloggi possono aiutare molte persone. Ma, da soli, non cambiano il meccanismo che continua a spingere la domanda negli stessi luoghi.
Piccoli comuni: lo Stato paga anche per far restare le persone
Intanto, con l’altra mano, lo Stato finanzia i territori che si svuotano.
Nel 2026 mette 50 milioni di euro su “Crescere nei piccoli comuni”, destinati a servizi di prossimità e opportunità educative e sociali nei centri fino a 5.000 abitanti. La legge di bilancio 2025 ha previsto 10 milioni nel biennio 2025–2026 per i servizi sociali di piccoli comuni montani con calo demografico e difficoltà finanziarie. Il MIT contabilizza inoltre 92,3 milioni assegnati dal 2023 all’agosto 2026 per la sicurezza stradale in 715 piccoli comuni.
Sono misure diverse: sarebbe scorretto sommarle e presentarle come un unico fondo contro lo spopolamento. Ma indicano una necessità riconosciuta dallo stesso Governo: mantenere servizi e condizioni di vita nei centri minori.
I piccoli comuni rappresentano circa il 70% dei comuni italiani, ricorda l’Istat. Il 70% del numero dei comuni, non della popolazione. Una parte fondamentale dell’organizzazione del Paese, comunque, che non può essere trattata come il fondale delle vacanze degli altri.
Abitare questi territori può significare recuperare spazi, rafforzare relazioni e mantenere un presidio quotidiano del territorio. Ma nessuno cresce un figlio con il panorama: servono scuole, sanità, connessioni, lavoro e trasporti.
Se chiude l’ambulatorio e passa un autobus al giorno, il borgo resta buono per la cartolina.
Recuperare immobili e portare servizi fuori dalle metropoli
Qui dovrebbe cominciare una politica della casa capace di diventare anche una politica del territorio.
Censire gli immobili pubblici e privati recuperabili. Riqualificarli e renderli disponibili a condizioni accessibili. Collegare i centri minori ai poli vicini con trasporti affidabili. Portare sedi universitarie, laboratori e attività produttive dove esistono condizioni adatte ad accoglierli.
Non ogni paese può ospitare un’università e non ogni edificio vuoto può diventare un’abitazione. Proprio per questo servono selezione, progettazione e investimenti coordinati. Un bonus isolato non ricostruisce una comunità.
Va riconosciuto che ADD dichiara anche interventi di rigenerazione urbana e riconversione di immobili, oltre alle nuove costruzioni. Raccontare l’intero programma come una colata di cemento sarebbe falso.
La questione politica, però, rimane anche quando si recupera un edificio: stiamo soltanto rendendo meno costoso vivere nei poli esistenti oppure stiamo creando alternative credibili?
Prima di consumare altro suolo, il recupero dovrebbe essere una priorità verificabile. E quando intervengono capitali pubblici, la valutazione dovrebbe comprendere anche ciò che l’operazione produce fuori dal proprio perimetro: distribuzione dei servizi, mobilità, opportunità per i territori vicini.
Il diritto alla casa deve comprendere la scelta di dove vivere
Aiutare chi abita nelle grandi città e sostenere i piccoli comuni sono obiettivi compatibili. La contraddizione nasce quando mancano una regia e un collegamento tra i due.
Si finanzia la permanenza nei paesi mentre si continua a rendere necessario andarsene. Si paga per attenuare gli effetti della concentrazione senza investire abbastanza sulle alternative.
Il Governo dovrebbe spiegare come il Piano casa si collega alle politiche per le aree interne. Quali opportunità intende distribuire, quali immobili recuperare, quali servizi rendere raggiungibili. E con quali risultati misurabili.
Perché una casa accessibile può risolvere il problema di una famiglia. Una politica territoriale coerente può evitare che migliaia di famiglie si trovino davanti allo stesso problema.
Altrimenti il diritto alla casa rischia di diventare soltanto il diritto a uno sconto nel posto in cui sei obbligato a stare.
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