Studenti in piazza e metropoli sempre più care. Ma una risposta passa dalla provincia: poli universitari, immobili da recuperare e trasporti seri. Latina dimostra che si può fare.
La contestazione giovane con il copione vecchio
La rivoluzione pianta le tende, ma conosce già l’indirizzo della CGIL. Le ricostruzioni giornalistiche sui finanziamenti del sindacato alle organizzazioni studentesche aggiungono un dettaglio interessante al campeggio della protesta: giovani all’anagrafe, vecchi nel repertorio.
Intendiamoci: finanziare un’organizzazione non significa pagare ogni ragazzo che manifesta. Ma davanti all’ennesima mobilitazione presentata come un’esplosione di spontaneità, un sopracciglio possiamo anche alzarlo. Sotto la tenda spunta un copione con parecchie primavere sulle spalle.
Il caro affitti, però, esiste. E merita qualcosa di più di una fotografia con Landini.
Tutti nelle stesse città, poi ci stupiamo degli affitti
Una stanza costa troppo, uno stipendio finisce troppo presto, una famiglia deve dissanguarsi per mantenere un figlio fuori sede. Il problema è reale.
La domanda è perché continuiamo a concentrare università, servizi e opportunità negli stessi posti, per poi trattare il sovraffollamento come una calamità naturale.
Da una parte ci contendiamo ogni metro quadrato. Dall’altra abbiamo appartamenti vuoti, immobili inutilizzati e città che perdono abitanti. Spendiamo per inseguire la congestione mentre assistiamo allo svuotamento del resto del Paese.
Un capolavoro. Poi convochiamo un convegno sulla sostenibilità.
Nelle grandi città lavorano camerieri, infermieri, commessi, addetti alle pulizie, dipendenti di aziende e alberghi. Persone che devono raggiungere un posto di lavoro preciso, spesso con stipendi tutt’altro che metropolitani.
L’università offre una possibilità ulteriore: possiamo programmare dove aprire corsi, laboratori e sedi. Possiamo portare opportunità dove esistono spazi per accoglierle.
Purché qualcuno cominci a governare anche la geografia, oltre ai comunicati stampa.
Università in provincia: Latina è già un esempio
A chi considera questa proposta un esercizio di fantasia basterebbe indicare Latina.
Il Polo pontino della Sapienza conta oltre quattromila iscritti. Una presenza universitaria che offre ai giovani del territorio la possibilità di studiare vicino casa e rende la città una destinazione anche per chi arriva da fuori.
Non possiamo sapere quanti, senza quei corsi, avrebbero scelto Roma o un’altra metropoli. Possiamo però osservare un fatto: formazione e opportunità sono state portate sul territorio, invece di chiedere al territorio di trasferirsi altrove.
E gli studenti frequentano negozi, prendono mezzi, cercano alloggi, consumano pasti. Attorno all’università lavorano docenti, ricercatori, tecnici e personale amministrativo.
La provincia acquista vita. La metropoli ha un’alternativa alla quale indirizzare una parte della domanda.
Dovrebbe essere una buona notizia. Nel dibattito nazionale sembra quasi una distrazione.
Prima di costruire ancora, usiamo quello che abbiamo
Il punto è partire dagli immobili disponibili.
Ex uffici, edifici pubblici dismessi, strutture da riconvertire, appartamenti sfitti: dove esistono condizioni adatte, un polo universitario può crescere recuperando patrimonio già costruito.
A Latina, lo sviluppo della Sapienza passa anche dal riuso di immobili come l’ex Falegnameria e l’ex Tipografia. È una direzione concreta: dare una funzione a ciò che abbiamo.
Adeguare costa. Attrezzare laboratori costa. Garantire qualità costa. Ma recuperare spazi esistenti può evitare nuove costruzioni e contenere una parte dell’investimento.
Prima di consumare altro suolo, potremmo consumare qualche buona idea. Anche se rende meno nelle fotografie con il casco e la prima pietra.
Più servizi? È il motivo per programmare
Arriva puntuale l’obiezione: «Poi servono i trasporti, le mense, i servizi».
Appunto. È esattamente il lavoro per il quale esistono amministratori, bilanci e programmazione.
Studenti e personale portano domanda, consumi e attività economiche. Una presenza stabile può sostenere servizi che, in un territorio in declino, fanno sempre più fatica a reggersi. L’indotto può rafforzare l’economia locale e la base delle entrate pubbliche.
Regioni, Comuni e atenei devono costruire insieme investimenti e finanziamenti. I trasporti non si pagano per magia, ma neppure si organizzano aspettando che un paese si svuoti del tutto.
Liquidare una possibilità di sviluppo perché richiede servizi è una resa preventiva. Seguendo questo ragionamento, nei territori che perdono abitanti dovremmo impedire l’arrivo di chiunque: potrebbe avere bisogno di un autobus.
Quarantacinque minuti di viaggio si possono fare
Per i centri vicini alle metropoli, una parte della risposta è ancora più immediata: collegamenti affidabili verso gli atenei.
Treni e autobus frequenti, abbonamenti accessibili, corse al mattino, al pomeriggio, alla sera e nelle fasce notturne utili. Tempi ragionevoli e coincidenze sensate.
E qui una parola va detta anche agli studenti: per studiare bene non è indispensabile abitare a venti minuti dall’aula.
Quarantacinque minuti su un mezzo che funziona si possono fare. Li fanno ogni giorno moltissimi lavoratori, senza che nessuno li consideri protagonisti di un’impresa eroica.
Il diritto allo studio è una cosa seria. La distanza ideale tra il portone di casa e la facoltà è una preferenza, legittima finché si vuole, ma resta una preferenza.
Naturalmente quei quarantacinque minuti devono essere veri. Se diventano due ore tra ritardi e coincidenze saltate, la responsabilità è di chi amministra. Per questo bisogna organizzare il sistema, anziché lasciare ciascuno a risolvere il problema con il portafoglio della famiglia.
La vita universitaria esiste anche fuori Milano
Poi c’è il grande equivoco: fuori dalla metropoli inizierebbe il deserto.
Perugia, L’Aquila, Urbino, Camerino raccontano una storia diversa. Città nelle quali la presenza universitaria alimenta cultura, incontri, locali e vita sociale.
La provincia può essere viva, giovane e divertente. L’università contribuisce proprio a renderla così.
Si può desiderare Milano, naturalmente. Ma una politica pubblica deve rendere attraenti e praticabili anche altre scelte. Soprattutto quando si parla tanto di qualità della vita, relazioni, tempo libero e ritmi più umani.
Curioso invocare una vita più sostenibile e poi considerare obbligatorio contendersi una stanza nel mercato più costoso.
Il caro affitti si affronta anche cambiando la mappa
Secondo i dati ANCI riferiti al primo gennaio 2025, i Comuni italiani fino a cinquemila abitanti sono 5.521, circa il 70 per cento del totale, e amministrano oltre metà del territorio nazionale.
Nessuno immagina una facoltà in ogni borgo. Ma tra il minuscolo paese e la metropoli esiste un’Italia di capoluoghi e centri strutturati che può accogliere formazione, ricerca e nuove opportunità.
Servono scelte: rafforzare poli universitari di qualità, recuperare immobili, collegare i territori, rendere conveniente abitare dove ci sono spazi.
Gli alloggi accessibili nelle grandi città restano necessari. Affiancare a questa risposta una strategia nazionale significa affrontare anche le cause della concentrazione.
Continuare ad ammassare tutto negli stessi posti e poi sovvenzionare la corsa all’ultimo letto disponibile rischia di diventare un costosissimo girotondo.
La politica dovrebbe allargare le possibilità. Troppo spesso si limita ad allargare le braccia.
E allora, cari rivoluzionari del campeggio, tra una tenda e un megafono proviamo a mettere sul tavolo anche una mappa d’Italia.
Potreste scoprire che, fuori dal centro, esiste perfino il futuro.
