Ogni anno il dibattito sulla sanità ricomincia dalla stessa domanda: quanti miliardi in più? Una domanda necessaria, ma comoda. Perché permette di discutere all’infinito degli stanziamenti senza affrontare quella successiva: che cosa stiamo finanziando e quale servizio riceve il cittadino?
L’articolo del Messaggero del 2 novembre fotografa la contraddizione: la manovra prevede circa 2,4 miliardi aggiuntivi per il Servizio sanitario nazionale nel 2027, ma restano le difficoltà del personale e il problema delle liste d’attesa.
Il cittadino finanzia la sanità con le tasse e, quando non riesce a ottenere una visita nei tempi necessari, apre nuovamente il portafoglio. Chi può permetterselo paga. Gli altri aspettano, oppure rinunciano.
Continuare a sostenere il sistema senza correggere questo meccanismo significa accettare che la difficoltà del pubblico alimenti la domanda di prestazioni a pagamento. Il privato beneficia dell’esistenza di un mercato sanitario: è legittimo chiedergli di contribuire alla tenuta del servizio essenziale che deve garantire le cure a tutti.
Liste d’attesa: il cittadino paga due volte
I numeri aiutano a capire di che cosa parliamo. Secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9% della popolazione ha rinunciato a visite o esami specialistici. Le lunghe attese sono state indicate come ostacolo dal 6,8% della popolazione, le difficoltà economiche dal 5,3%.
Nello stesso anno, il 23,9% delle persone ha sostenuto interamente il costo dell’ultima prestazione specialistica, senza rimborsi assicurativi: nel 2023 era il 19,9%
Questa è la contraddizione politica: il diritto alla salute resta universale sulla carta, mentre la possibilità di accedere rapidamente a una prestazione dipende anche dal conto corrente.
Acquistare prestazioni dal privato accreditato può essere necessario e utile. Ma ogni acquisto dovrebbe rispondere a una domanda: riduce davvero le attese e integra il servizio pubblico, oppure sostituisce stabilmente una capacità che abbiamo rinunciato a costruire?
Tamponare un’emergenza e finanziare una dipendenza permanente sono due scelte diverse.
Prima degli incentivi al privato, rendiamo conveniente lavorare nel pubblico
Un servizio sanitario senza personale sufficiente non funziona, qualunque sia la cifra scritta in bilancio.
Il problema è particolarmente evidente per gli infermieri. Secondo Health at a Glance 2025 dell’OCSE, l’Italia conta 6,9 infermieri in attività ogni mille abitanti, contro una media OCSE di 9,2. Per i medici, invece, il dato complessivo italiano è superiore alla media: questo non esclude carenze nelle singole specialità e nei territori, ma dimostra che bisogna intervenire anche sulla distribuzione delle professionalità.
Una cosa è certa. Se vogliamo trattenere professionisti nel SSN, dobbiamo rendere quella scelta economicamente attrattiva, oltre che professionalmente dignitosa.
Meno tasse per dieci anni a chi sceglie il SSN
Sul reddito ordinario da lavoro dipendente, medici e infermieri seguono gli stessi scaglioni IRPEF, indipendentemente dal fatto che il datore di lavoro sia pubblico o privato. Esistono però agevolazioni su alcune componenti della retribuzione: gli straordinari degli infermieri del SSN sono tassati al 5%, beneficio esteso dal 2026 anche agli infermieri dipendenti del privato accreditato; specifiche prestazioni aggiuntive del personale sanitario sono soggette al 15%. Sono imposte sostitutive su determinati compensi, non sull’intero stipendio.
Una scelta politica coraggiosa dovrebbe compiere un passo in più: riconoscere un vantaggio fiscale strutturale sul reddito ordinario di chi sceglie il SSN, anziché concentrare gli incentivi soltanto sul lavoro aggiuntivo. Rendere conveniente restare nel pubblico anche durante l’orario normale, senza dover lavorare sempre di più per ottenere un netto migliore.
Se non si volesse rendere questa disparità strutturale, quantomeno sarebbe auspicabile una forte detassazione del reddito da lavoro nel SSN per i primi dieci anni di servizio, con un limite al beneficio e priorità a infermieri, specialità carenti e sedi difficili da coprire.
Lo Stato contribuisce alla formazione dei professionisti. Può scegliere di investire ancora su di loro per portarli e trattenerli dove servono alla collettività.
Chi lavora nel privato resterebbe nel regime ordinario, risultando relativamente più tassato rispetto al collega agevolato nel pubblico. È un modo concreto per spostare la convenienza senza colpire indiscriminatamente anche lavoratori privati i cui stipendi sono comunque superiori a quelli di coloro che lavorano nel pubblico.
Naturalmente servono coperture e misure anche per chi è già in servizio. Non si può premiare chi entra dimenticando chi tiene aperti i reparti da vent’anni.
Chi prende lo stipendio pubblico deve rispettarne gli obblighi
Il vantaggio fiscale deve accompagnarsi a obblighi verificabili. A cominciare dal rispetto del lavoro dovuto al servizio pubblico.
L’attività libero professionale intramuraria dei medici deve già svolgersi fuori dall’impegno di servizio: il principio esiste, va fatto rispettare
Il riferimento contrattuale ordinario è di 38 ore settimanali per la dirigenza sanitaria e di 36 per il comparto. La richiesta corretta, quindi, è garantire integralmente orari, attività e obiettivi previsti, rispettando turni e riposi.
Servono controlli incrociati su presenze, agende pubbliche e attività privata autorizzata. Le irregolarità accertate devono avere conseguenze. E gli ulteriori benefici legati all’esclusività devono corrispondere a impegni chiari.
Il pubblico non può essere trattato come una rendita garantita mentre l’attività remunerativa si svolge altrove. Pretendere controlli tutela innanzitutto la grande maggioranza dei professionisti che lavora correttamente.
Farmaceutica: agevolazioni in cambio di risultati pubblici
Anche l’industria farmaceutica deve entrare in questo ragionamento.
Nel 2025 Recordati ha registrato 443,6 milioni di euro di utile netto consolidato. Novartis ha dichiarato un utile netto di gruppo di circa 14 miliardi di dollari, Roche di circa 13,8 miliardi di franchi svizzeri. Sono risultati mondiali, non utili realizzati esclusivamente in Italia: confondere i due perimetri sarebbe scorretto.
Questi numeri non cancellano i costi e i rischi della ricerca. Dimostrano, però, che il confronto sulla sostenibilità delle cure deve coinvolgere interlocutori dotati di importanti capacità economiche.
Non sarebbe peregrino proporre di subordinare ulteriori agevolazioni fiscali a impegni misurabili: reinvestimento di una quota significativa degli utili in ricerca aggiuntiva, investimenti documentati e condizioni di fornitura più convenienti per il SSN.
Gli incentivi alla ricerca esistono già. Anche i prezzi dei medicinali rimborsati sono già negoziati con AIFA, e sono previsti meccanismi di payback. Un nuovo patto deve quindi produrre benefici ulteriori rispetto agli obblighi e agli strumenti attuali.
La regola dovrebbe essere elementare: lo sconto fiscale deve costare meno del vantaggio prodotto per la collettività.
Se lo Stato rinuncia a cento di gettito per risparmiarne cinquanta sui farmaci, ha fatto un regalo. Se ottiene risparmi superiori, ricerca aggiuntiva e forniture garantite, ha esercitato il proprio potere contrattuale.
Non servono espedienti: servono accordi trasparenti, compatibili con le regole europee e accompagnati dal recupero dei benefici quando gli impegni vengono disattesi. Anche perché dobbiamo partire da un assunto: le case farmaceutiche non vengono beni commerciali ma farmaci, spesso salvavita. E gli Stati non sono un semplice cliente.
Medici di famiglia: serve una rete che funzioni anche di notte
La difesa degli ospedali comincia anche fuori dagli ospedali.
Non possiamo chiedere ai pronto soccorso di compensare ogni insufficienza dell’assistenza territoriale. La malattia non segue gli orari d’ufficio e chi vive in un piccolo comune non può essere lasciato senza un riferimento accessibile.
Serve una copertura organizzata sette giorni su sette, ventiquattr’ore su ventiquattro, attraverso medici di famiglia, continuità assistenziale, infermieri e servizi distrettuali coordinati.
Il modello delle Case della Comunità hub prevede già una copertura fino a 24 ore al giorno, sette giorni su sette. La questione è trasformare gli standard in servizi effettivi, con personale e turnazioni sufficienti.
La responsabilità deve essere concreta: obblighi definiti, verifiche e conseguenze per le inadempienze accertate.
Pretendere un’assistenza territoriale funzionante è sacrosanto.
Controlliamo la spesa, a partire da chi la dirige
Infine, l’efficienza. Una parola spesso usata per chiedere altro lavoro a chi è già sovraccarico.
Controllare significa verificare come vengono distribuiti gli operatori, perché si annullano le sedute, quanto restano inutilizzate le apparecchiature, quanto costano gli acquisti e quante attività amministrative sottraggono tempo alle cure.
La produttività va valutata insieme a qualità, sicurezza e complessità dei pazienti. Una visita difficile richiede tempo; una complicanza evitata non sempre compare nel conteggio delle prestazioni.
E sotto esame devono finire anche le direzioni: non si può chiedere conto di ogni minuto agli infermieri e accontentarsi di obiettivi generici per chi organizza il loro lavoro.
La sanità pubblica non può essere il bancomat del privato
Il privato accreditato può contribuire al servizio sanitario. L’industria farmaceutica produce innovazione indispensabile. I professionisti hanno diritto a una retribuzione adeguata.
Ma questi interessi devono trovare un equilibrio intorno al diritto alle cure, non viceversa.
Ogni ulteriore agevolazione dovrebbe portare a un risultato pubblico verificabile. Ogni euro destinato all’acquisto di prestazioni dovrebbe rispondere a un bisogno dimostrato. Ogni beneficio riconosciuto dovrebbe comportare un impegno.
Servono risorse, certamente. Ma serve anche il coraggio di scontentare interessi organizzati quando la loro convenienza non coincide con quella dei cittadini.
Chi beneficia economicamente del sistema sanitario deve contribuire a mantenerlo accessibile. Il conto non può arrivare sempre al malato.
