Lavorare tutto il giorno e non arrivare a fine mese è una ragione per protestare. Distruggere il negozio di chi vive le stesse difficoltà è il modo migliore per lasciare tutto com’è.
C’è qualcosa che non torna nelle immagini delle proteste di questi giorni. E non riguarda soltanto gli incappucciati.
Dalla Francia all’Italia, il malessere sociale torna a riempire le piazze, accompagnato da scontri e devastazioni che finiscono per prendersi tutta la scena. Le ragioni di chi manifesta pacificamente restano dietro il fumo. Eppure sono quelle che dovrebbero preoccuparci di più.
Perché una vetrina rotta fa immediatamente notizia. Una persona che lavora dieci ore al giorno e non riesce a pagare tutto, invece, è diventata ordinaria amministrazione.
È questa normalità che dovrebbe fare scandalo.
Caro vita: lo stipendio arriva, i soldi finiscono
Il problema non è soltanto chi un lavoro non ce l’ha. È chi ce l’ha e scopre che non basta.
Vale per il dipendente, ma anche per l’agricoltore, per il piccolo autotrasportatore, per il commerciante: persone che lavorano, producono, si assumono responsabilità e alla fine devono chiedersi dove sia finito il guadagno.
Prendiamo uno stipendio da 1.500/1.700 euro netti al mese, ossia lo stipendio medio italiano. Prima ancora di vivere bisogna abitare: affitto o mutuo. Poi luce, acqua, gas, rifiuti, condominio. Bisogna mangiare, lavarsi, pulire casa, vestirsi. Bisogna raggiungere il lavoro: abbonamento ai mezzi oppure automobile, assicurazione, carburante e manutenzione.
Poi ci sono il cellulare e una connessione internet, ormai necessari anche per cercare un impiego, studiare, prenotare una visita o parlare con la pubblica amministrazione.
Non abbiamo ancora nominato un’iscrizione a una società sportiva. Nemmeno una cena fuori. Siamo rimasti alle necessità.
E basta un dentista, una lavatrice che si rompe o un guasto alla macchina per trasformare un equilibrio precario in un debito.
Nelle città più care anche 2.000 euro, soprattutto per chi vive solo e paga un affitto di mercato, possono lasciare pochissimo spazio. Altrove le cifre cambiano, ma la domanda resta: è accettabile che un lavoro a tempo pieno non permetta di costruire una vita autonoma?
Gli utili miliardari e la pazienza degli altri
Dall’altra parte ci sono i bilanci. E quelli meritano di essere letti almeno quanto gli slogan sui cartelli.
Nel 2025 Intesa Sanpaolo ha registrato 9,321 miliardi di euro di utile netto. UniCredit ha chiuso con un utile netto contabile di circa 10,9 miliardi. Nelle assicurazioni, Generali ha registrato un utile netto di 4,172 miliardi, mentre Unipol ha raggiunto 1,530 miliardi di utile netto consolidato.
Nell’energia, Enel ha comunicato un risultato netto ordinario di gruppo di 7,011 miliardi. È una misura rettificata, diversa dall’utile contabile: la precisione conta anche quando si vuole polemizzare.
Se ci sono risorse per remunerare generosamente gli azionisti, è legittimo chiedersi quali margini esistano per migliorare gli stipendi, alleggerire i costi ai clienti, sostenere il credito e mantenere servizi accessibili.
Perché non sfuggirà a nessuno che alcuni servizi delle banche (conti correnti, mutui, pos) non sono più eludibili, sono nella pratica diventati servizi essenziali. E allora come è possibile che un cittadino che fa fatica ad arrivare a fine mese debba spendere dei soldi per tenere i soldi sul conto, un commerciante debba spendere delle commissioni (seppur minime) per ricevere pagamenti con il pos; una famiglia debba spendere percentuali vergognose per ripagare il prestito che la banca gli ha fatto per acquistare casa. Allo stesso tempo come è possibile che la banca registri utili miliardari senza che questi utili vengano riversati per abbassare o annullare i costi di servizio di chi sta subendo un aumento dell’inflazione fuori misura rispetto ai propri stipendi?
La violenza va condannata. Sempre.
Scriviamolo senza lasciare spazio agli equivoci: LA VIOLENZA VA CONDANNATA SEMPRE. Contro un negozio, una scuola, una banca, una sede aziendale o una persona.
Proprio per questo bisogna chiedere conto a chi devasta una città della contraddizione che porta in piazza.
Protesti perché vivere costa troppo e spacchi la vetrina di un commerciante che fatica a pagare affitto, bollette e dipendenti?
Chiedi scuole migliori e distruggi una palestra scolastica?
Denunci lo spreco di denaro pubblico e danneggi arredi che saranno ripagati con le tasse?
Prendi di mira un poliziotto che, finito il servizio, tornerà a casa a fare i conti con la spesa e le rate?
Quale privilegio avresti colpito, esattamente?
Chi commette reati deve essere identificato, processato e, quando ne viene accertata la responsabilità, punito e chiamato a risarcire i danni. Il conto deve arrivare ai responsabili: non può essere lasciato ancora una volta alla collettività.
Pasolini e il bersaglio sbagliato
Dopo Valle Giulia, nel 1968, Pasolini scrisse nel PCI ai giovani!!: «Perché i poliziotti sono figli di poveri». Una provocazione dentro un ragionamento assai più complesso ma quella domanda di classe resta scomoda: chi hai davvero davanti?
L’agente schierato in strada decide il tuo stipendio? Il negoziante stabilisce i tassi d’interesse? Una panchina determina il prezzo dell’energia?
Su chi siano gli incappucciati devono lavorare gli investigatori. Appartenenze politiche, eventuali organizzazioni e responsabilità individuali vanno accertate.
La protesta davanti a chi decide
Una mobilitazione contro il caro vita, forse, dovrebbe muovere pacificamente verso le sedi dei grandi gruppi bancari, assicurativi ed energetici. Dovrebbe chiedere incontri pubblici, presentare richieste precise.
Credito accessibile. Taglio ai costi dei servizi. Possibilità di rinegoziare i mutui. Retribuzioni adeguate. Partecipazione dei lavoratori ai risultati delle imprese.
Può farlo senza rompere neppure un vetro. Anzi, così costringe l’interlocutore a rispondere sul merito, invece di offrirgli la comodissima possibilità di parlare soltanto di ordine pubblico.
Perché ogni devastazione produce anche questo risultato: oscura le ragioni della protesta e rende più facile ignorarle.
Chi distrugge una scuola non mette in difficoltà un consiglio di amministrazione. Toglie qualcosa a chi quella scuola la frequenta.
L’impresa può fare utili e rispettare il lavoro
Fare impresa e guadagnare è legittimo. Chi investe, innova e crea occupazione svolge una funzione essenziale. E molti piccoli imprenditori sono stretti dagli stessi costi che soffocano i dipendenti.
Ma proprio per questo bisogna distinguere chi costruisce ricchezza condivisa da chi considera il lavoro soltanto una voce da comprimere.
Adriano Olivetti aveva inserito servizi sociali e attenzione alla persona nel funzionamento dell’azienda. Michele Ferrero volle una Fondazione che si occupasse degli ex dipendenti e sostenesse, tra l’altro, lo studio dei figli dei lavoratori. Esperienze diverse, con un punto comune: il rapporto con le persone non finisce nel momento in cui hanno prodotto valore.
Al contrario Andrea Orcel, amministratore delegato di UniCredit, nel luglio 2025, a proposito del ritiro dell’offerta su Banco BPM, dichiarò: «La mia responsabilità principale è di agire nel migliore interesse di UniCredit e dei nostri azionisti». Quindi non i dipendenti, che a differenza di dirigenti e manager prendono stipendi non certo gloriosi anche in quella banca; non i clienti che quella banca tengono in piedi. Ma gli azionisti: il cortocircuito è tutto qui.
Destra, sinistra, Europa: adesso le risposte
La destra governa e deve produrre risultati. Non può rispondere a ogni difficoltà facendo campagna elettorale contro chi c’era prima.
La sinistra dovrebbe spiegare come intende aumentare il potere d’acquisto: con quali strumenti, quali risorse, quali tempi. Essere contro il governo non è ancora un programma economico.
E l’Unione europea deve misurarsi con una domanda che attraversa Paesi diversi: quale futuro offre a chi lavora e vede restringersi ogni anno lo spazio per vivere?
Servono scelte su salari, contratti, fiscalità del lavoro, casa, energia e concorrenza. Servono impegni misurabili anche da parte dei grandi gruppi. I comunicati sulla responsabilità sociale sono facili: più impegnativo è dimostrarla quando si distribuisce il valore prodotto.
La rabbia di chi lavora e non arriva a fine mese ha ragioni che meritano ascolto. Chi devasta deve rispondere delle proprie azioni. La politica deve rispondere delle proprie scelte.
Perché finché il conto arriva al negoziante, al contribuente e al lavoratore, la rabbia avrà anche riempito la piazza. Ma avrà continuato a sbagliare vetrina.
