Sulle parole pronunciate da Giorgia Meloni a Fenix è bastato pochissimo perché si scatenasse la consueta battaglia politica. Il presidente del Consiglio ha annunciato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un provvedimento sul numero massimo di studenti stranieri per classe, insieme all’obbligo di imparare l’italiano per i genitori di studenti con gravi problemi di inserimento e al divieto di burqa e niqab a scuola.
Da una parte sono immediatamente comparsi termini come segregazione, discriminazione e razzismo. Dall’altra non sono mancate rappresentazioni altrettanto muscolari. A Pontida, per esempio, alcune esponenti del collettivo francese Nemesis sono salite sul palco coperte integralmente, togliendosi poi il velo al grido di «Libertà», tra gli applausi della platea. Una performance politica certamente efficace dal punto di vista mediatico, assai meno utile se l’obiettivo è ragionare senza trasformare ogni questione in uno scontro identitario.
Il problema è che, come spesso accade, la realtà è più complessa degli slogan di entrambe le parti.
Mattarella e quella frase che va letta fino in fondo
Nel dibattito sono finite anche le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ad Amatrice, inaugurando l’anno scolastico, il capo dello Stato ha ricordato l’articolo 34 della Costituzione: «La scuola è aperta a tutti». Ha definito inoltre la scuola «la più efficace leva di integrazione» per chi viene da altri Paesi e per i figli di immigrati nati in Italia.
Ma fermarsi a quella frase rischia di restituire solo metà del ragionamento.
Nello stesso intervento Mattarella ha detto che la scuola deve «aiutare a non formare ghetti», non alzare barriere e produrre coesione sociale.
Dunque trasformare automaticamente le parole del Quirinale in una presa di posizione sul provvedimento del Governo significa attribuire al presidente una conclusione politica che nel suo discorso non c’è. La scuola deve essere aperta a tutti e deve integrare tutti: il punto vero è capire quali strumenti riescano meglio a realizzare contemporaneamente questi due obiettivi.
Le classi ghetto non sono un’invenzione della politica
Che la concentrazione degli studenti di origine straniera possa diventare un problema non è una teoria nata nell’ultimo fine settimana.
Lo stesso Ministero dell’Istruzione, nei suoi rapporti, ha osservato da anni che concentrazioni molto elevate possono ostacolare un ambiente favorevole all’integrazione e all’apprendimento. È proprio per questa ragione che già nel 2010, con il Governo Berlusconi e Mariastella Gelmini ministro dell’Istruzione, venne introdotta con una circolare la regola secondo cui gli alunni con cittadinanza non italiana non avrebbero dovuto superare, di norma, il 30% degli iscritti in ciascuna classe.
La regola prevedeva peraltro deroghe importanti. Quel limite poteva essere innalzato quando gli studenti stranieri – per esempio quelli nati in Italia – possedevano già adeguate competenze linguistiche, e poteva essere abbassato in presenza di un numero elevato di ragazzi con una conoscenza dell’italiano insufficiente per partecipare pienamente alla didattica.
Insomma: già sedici anni fa il problema non veniva letto soltanto attraverso il passaporto, ma anche attraverso l’effettiva capacità di seguire le lezioni in italiano.
Il “white flight”: quando sono le famiglie a creare la segregazione
C’è poi un fenomeno del quale si parla molto meno: il cosiddetto white flight, vale a dire la scelta di alcune famiglie di evitare le scuole percepite come caratterizzate da un’alta presenza di studenti di origine straniera.
Non è un’invenzione di qualche polemista. Il Comune di Milano utilizza espressamente questa definizione nei propri progetti educativi e descrive strategie delle famiglie di classe media dirette a spostare i figli dalle scuole con una maggiore presenza di studenti provenienti da contesti migratori, con il risultato di accentuare la segregazione scolastica.
I numeri milanesi rendono bene l’idea. Nelle primarie della città gli alunni stranieri rappresentano mediamente circa il 24%, ma in 30 scuole su 143 superano il 50%, mentre in altre 30 sono completamente assenti. Secondo i dati riportati in questi giorni, tra le famiglie che scelgono di spostarsi dal proprio bacino, il 46% opta per una scuola privata e il 54% per un’altra scuola pubblica.
È un punto importante perché mostra che la segregazione scolastica non dipende esclusivamente dalla distribuzione residenziale degli immigrati. Dipende anche dalle scelte delle famiglie.
E dalle nostre parti abbiamo già visto qualcosa di molto simile. Nel 2024, a Fondi, dodici famiglie chiesero in blocco il nulla osta per trasferire i propri figli dopo la formazione delle classi, contribuendo alla creazione di sezioni quasi interamente composte da studenti stranieri.
Prima di discutere di come evitare le “classi ghetto”, dunque, bisognerebbe almeno ammettere che le classi ghetto esistono e che a crearle concorrono fenomeni diversi, non soltanto le politiche migratorie o la geografia dei quartieri.
Non si parte da zero: italiano L2 e insegnanti specializzati esistono già
Un altro equivoco riguarda l’idea che il Governo stia improvvisamente inventando una categoria di studenti stranieri da sottoporre a qualche fantomatico esame.
Non è così.
La politica scolastica italiana sull’italiano come seconda lingua viene da lontano ed è passata attraverso governi diversi.
Con la legge 107 del 2015, durante il Governo Renzi, vennero inseriti tra gli obiettivi della scuola l’alfabetizzazione e il perfezionamento dell’italiano come seconda lingua attraverso corsi e laboratori destinati agli studenti di cittadinanza o lingua non italiana.
Nel 2016 venne poi istituita e messa a concorso la classe A-23, “Lingua italiana per discenti di lingua straniera”, cioè docenti specificamente formati per l’italiano L2. Nel primo concorso furono previsti 506 posti.
Nel 2022, con il Governo Draghi e Patrizio Bianchi ministro, gli “Orientamenti interculturali” tornarono a insistere sull’accoglienza dei neoarrivati e sull’italiano L2 come strumento essenziale dell’integrazione.
Il passaggio ulteriore è arrivato però nel 2024 con il Governo Meloni.
Il test linguistico c’è già. Ed è obbligatorio
L’articolo 11 del decreto-legge 71 del 2024, poi convertito nella legge 106, stabilisce per gli studenti stranieri che entrano per la prima volta nel sistema nazionale di istruzione un accertamento obbligatorio delle competenze in ingresso nella lingua italiana secondo il QCER, il Quadro comune europeo di riferimento.
Non è un esame per decidere se un bambino possa frequentare la scuola. La scuola resta aperta a tutti. Serve invece a capire quale sia il suo livello linguistico e di quali strumenti abbia bisogno per essere messo nelle condizioni di apprendere davvero.
La stessa legge prevede che possa essere assegnato un docente dedicato all’insegnamento dell’italiano agli stranieri nelle classi in cui gli studenti di primo ingresso o quelli che non raggiungono almeno il livello A2 rappresentino il 20% o più degli alunni. Gli insegnanti sono quelli della classe di concorso A-23.
Quindi valutazione linguistica, percorsi personalizzati e insegnanti specializzati esistono già.
Ed è qui che si comprende meglio quale sarebbe la vera novità del provvedimento annunciato.
Che cosa cambierebbe davvero con il nuovo tetto
Il testo definitivo non è ancora stato approvato e questo particolare dovrebbe consigliare prudenza tanto agli entusiasti quanto ai detrattori.
Il ministro Giuseppe Valditara ha però chiarito oggi che il criterio centrale dovrebbe essere la conoscenza dell’italiano, non semplicemente la cittadinanza. Ha spiegato che il limite non dovrebbe applicarsi, ad esempio, a chi ha già frequentato la scuola dell’infanzia italiana prima della primaria o a chi ha alle spalle alcuni anni di scuola frequentati positivamente in Italia.
Valditara riferisce che le classi con oltre il 20% di neoarrivati che non conoscono adeguatamente l’italiano sono oggi poco meno di mille, prevalentemente alle elementari. Le classi con almeno il 30% di studenti con cittadinanza straniera sono invece circa 34 mila, ma il ministro sostiene che la nuova disciplina dovrebbe concentrarsi su chi presenta effettive difficoltà linguistiche.
La differenza è sostanziale.
Una classe con dieci bambini di origine straniera perfettamente italofoni pone un problema completamente diverso da una classe nella quale otto o dieci alunni appena arrivati in Italia non siano ancora in grado di comprendere una lezione.
Il nuovo intervento, secondo quanto annunciato, dovrebbe cercare di evitare che proprio questi ultimi vengano concentrati tutti nella stessa aula, distribuendoli tra sezioni e, quando necessario, tra scuole vicine.
I presidi non hanno detto “no”
Anche su questo il dibattito mediatico ha spesso semplificato.
Il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli non ha bocciato il principio della misura. Ha detto qualcosa di diverso e molto più interessante: «Sul piano didattico, l’obiettivo è fondato e condivisibile, ma tradurlo in pratica è molto complesso».
La domanda dei dirigenti è concreta: se in un quartiere la presenza di famiglie straniere è molto elevata e anche gli istituti vicini sono pieni, dove vengono mandati gli studenti che superano il limite?
È una questione reale. Ed è su questa, non sulle caricature, che dovrebbe concentrarsi il confronto.
Valditara ha anticipato che gli Uffici scolastici territoriali dovrebbero coordinare gli spostamenti verso scuole di prossimità, come già avviene quando gli studenti italiani sono in sovrannumero, e che saranno previste deroghe quando non sia materialmente possibile trovare posti nelle scuole vicine. In quei casi dovrebbero essere impiegate ulteriori risorse per rafforzare l’insegnamento dell’italiano.
Dunque il problema del “dove li mettiamo?” esiste. Ma esiste anche una risposta organizzativa che dovrà essere giudicata quando sarà possibile leggere il testo vero, non quello immaginato dagli schieramenti.
Quanto alle distanze, è meglio evitare statistiche fantasiose sul numero medio di scuole per chilometro. Un riferimento urbanistico storico esiste: il D.M. del 18 dicembre 1975 indicava per le elementari una distanza massima a piedi di 500 metri nel normale ambito residenziale. Ma tra avere una scuola vicina e avere una scuola vicina con posti disponibili c’è una differenza enorme. Ed è quest’ultimo il vero problema applicativo.
Spostare uno studente non significa escluderlo dalla scuola
Anche il linguaggio conta.
La vecchia battaglia sulla circolare Gelmini vide già comparire espressioni come “deportazione” degli studenti verso altri istituti. È una parola che appartiene alla polemica politica, non alla descrizione amministrativa di ciò che viene proposto.
Uno spostamento tra scuole può certamente diventare problematico se costringe un bambino a percorrere molti chilometri, spezza relazioni consolidate o rende difficile l’organizzazione familiare. Per questo servono limiti, deroghe e buon senso.
Ma l’assegnazione a un altro plesso perché quello prescelto non può accogliere tutti gli iscritti esiste già per gli studenti italiani. Lo stesso ministro richiama questo meccanismo per spiegare l’impostazione del nuovo provvedimento.
Il punto non dovrebbe quindi essere attribuire un significato morale allo spostamento in sé, ma stabilire quando sia ragionevole, quanto possa essere distante la scuola alternativa e quale interesse educativo produca.
Burqa e niqab: almeno chiamiamo le cose con il loro nome
Poi c’è il secondo capitolo della polemica.
Il provvedimento annunciato riguarda burqa e niqab, cioè indumenti che coprono integralmente o quasi integralmente il volto. Non va confuso con l’hijab, il velo che copre capelli e collo lasciando scoperto il viso.
È una distinzione essenziale, perché discutere del volto coperto all’interno di una scuola è cosa diversa dal discutere genericamente del velo islamico.
Anche su questo tema è curioso osservare quanto velocemente il dibattito pubblico riesca a cambiare registro. Negli stessi giorni Antonio Tajani è stato duramente criticato per avere detto, parlando della donna che consiglierebbe a un figlio di sposare, di preferire una persona «meno appariscente», più affidabile e magari con la «gonna più lunga». Tajani si è poi scusato con chi si era sentito offeso.
Ovviamente a sentirsi offese sono state prima di tutto le moderne femministe, che vedono nella totale libertà dei (o sarebbe meglio dire “dai”) costumi a prescindere dal contesto. Il paradosso è che le stesse si collocano nell’area politica che ha gridato alla xenofobia quando il presidente Meloni ha annunciato che a scuola, in Italia, le donne devono avere il volto coperto.
Prima il testo, poi le barricate
Alla fine resta un dato piuttosto semplice.
Il decreto del quale stiamo discutendo ancora non esiste nella sua versione definitiva. Sappiamo quello che hanno annunciato Meloni e Valditara, sappiamo che esiste già dal 2010 un principio di distribuzione equilibrata degli studenti stranieri, sappiamo che negli anni governi diversi hanno costruito strumenti per l’italiano L2 e sappiamo che dal 2024 esistono un accertamento linguistico obbligatorio per i nuovi ingressi e docenti dedicati nelle classi con determinate concentrazioni di studenti sotto il livello A2.
La novità annunciata consiste essenzialmente nel tentativo di rendere cogente e organizzata la distribuzione degli studenti con maggiori difficoltà linguistiche, anziché limitarsi a intervenire dopo che la concentrazione si è già prodotta.
Funzionerà? Dipenderà dal testo, dalle deroghe, dai posti disponibili e dalla capacità degli Uffici scolastici di coordinare davvero gli istituti.
È lì che avrebbe senso concentrare la discussione.
Perché tra chi vede razzismo prima ancora di avere letto una norma e chi pensa che basti una percentuale per risolvere problemi sociali, linguistici e urbanistici stratificati da decenni, resta uno spazio enorme.
Si chiama pragmatismo. Ed è probabilmente proprio quello di cui la scuola ha più bisogno.
