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Sánchez, il pacifista armato che piace alla sinistra italiana

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Pubblicato il 6 Agosto 2026

C’è una curiosa abitudine nella sinistra italiana: quando manca un modello credibile in patria, lo si importa dall’estero. Negli ultimi mesi il nome più gettonato è stato quello di Pedro Sánchez, elevato a simbolo della pace e della resistenza ai “venti di guerra”. Il 4 marzo 2026 Annalisa Corrado, dirigente nazionale del Partito democratico, spiegava che il premier spagnolo aveva scelto di stare «dalla parte giusta della storia». Nello stesso giorno Sandro Ruotolo si spingeva oltre: «Siamo tutti Pedro Sánchez».

Le parole erano perfette per la liturgia. Il 4 marzo Sánchez aveva sintetizzato la posizione del suo Governo in tre parole: «No alla guerra». Già il 9 luglio 2025 aveva proclamato davanti al Congresso che «non c’è investimento migliore nella difesa che puntare sulla pace e sullo sviluppo». Un messaggio semplice, rassicurante, pronto per essere trasformato in titolo, post e santino politico.

NO ALLA GUERRA, SÌ ALLA CLAUSOLA

Poi, però, arrivano i documenti. E i documenti, a differenza degli slogan, contengono date, cifre e impegni concreti. Il 13 aprile 2026 il Governo spagnolo ha chiesto formalmente all’Unione europea l’attivazione della National Escape Clause, che consente di aumentare la spesa per la difesa derogando temporaneamente al normale percorso della spesa pubblica. Il 12 giugno il Consiglio dell’Unione europea ha accolto la richiesta spagnola, autorizzando la flessibilità fino al 2028.

Non per gli ospedali. Non per le scuole. Non per le bollette. La richiesta presentata da Madrid riguardava soltanto la difesa.

Nel frattempo la Spagna aveva già varato un piano aggiuntivo da 10,471 miliardi di euro, portando la spesa complessiva per sicurezza e difesa a 33,123 miliardi: il 2% del PIL. Dentro c’è di tutto: Personale, formazione ed equipaggiamento delle Forze armate (3,712 miliardi); Sistemi di difesa e deterrenza (1,963 miliardi); Telecomunicazioni, tecnologie digitali e cybersicurezza (3,263 miliardi);

Tutto legittimo, sia chiaro. La sicurezza costa e uno Stato serio deve provvedere. Ma allora sarebbe altrettanto serio evitare di distribuire patenti di pacifismo mentre si finanzia concretamente il rafforzamento dell’apparato militare.

Unica nota intonata quella relativa alla voce “emergenze, incendi, e disastri naturali” che non rientra nelle spese permesse dalla Nec ma per la quale la spagna ha deciso di investire (strategicamente) ben 1,753 miliardi di euro.

LA CONTABILITÀ DEL PACIFISMO

Il dettaglio più imbarazzante per i tifosi italiani di Sánchez è che Spagna e Italia, secondo le stime NATO per il 2025, sono praticamente appaiate: Madrid al 2% del PIL, Roma al 2,01%. Cambiano la retorica, la postura e il racconto. Non cambia la sostanza: entrambi i Paesi destinano alla difesa una quota analoga della propria ricchezza nazionale.

In Italia ogni incremento viene raccontato dall’opposizione come l’inizio di una deriva bellicista; in Spagna la stessa percentuale diventa “difesa responsabile”, “autonomia strategica” e perfino un investimento per la pace. Evidentemente le armi cambiano natura a seconda del colore politico di chi firma il decreto.

L’ITALIA HA DAVVERO SEGUITO L’ESEMPIO

Il Parlamento italiano ha ora dato mandato al Governo di chiedere la stessa clausola. Roma, però, non utilizzerà tutto il margine per la difesa: la richiesta annunciata è pari allo 0,9% cumulato del PIL fino al 2028. Un ulteriore 0,6% sarà destinato alla sicurezza energetica, per un totale dell’1,5%.

Questa possibilità non era prevista nell’impianto originario. È stata l’Italia a chiedere che la flessibilità europea non fosse riservata alle sole spese militari, ma potesse sostenere anche interventi strutturali sull’energia. Il 3 giugno la Commissione europea ha accolto la proposta: fino allo 0,3% del PIL all’anno, con un limite cumulato dello 0,6% nel triennio. Un piccolo capolavoro negoziale, perché ha trasformato una clausola nata per la difesa in uno strumento utilizzabile anche per famiglie, imprese, reti e autonomia energetica.

La sinistra italiana chiedeva di prendere esempio da Sánchez. In effetti è successo. L’Italia ha scelto la stessa clausola, destina alla difesa una quota del PIL simile a quella spagnola e, in più, ha ottenuto che una parte della flessibilità europea potesse essere impiegata per l’energia.

Forse il problema non era ciò che faceva Sánchez. Era semplicemente chi lo faceva.

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